Convento

images       Azzio – Convento di Sant´Eusebio e Sant´Antonio

“Decet meminisse fratrum”: ogni volta che varco la cancellata, entrando dalla navata nel transetto conventuale, così mi ammonisce la pietra di copertura della cripta sottostante e ben conviene a me e ai miei parrocchiani fare memoria.
La piccola pubblicazione che avete tra mano, occasionata dall´approvazione del progetto di recupero dell´edifico della chiesa dei santi Antonio e Eusebio, infatti vuole suggerire una volta di più alla nostra distratta attenzione, quanto nelle pietre possa esserci impresso quel grido a cui si riferisce il Salvatore di tutti (Vangelo secondo san Luca 19,40).
In effetti il Convento grida un messaggio molto pressante, che in modo non del tutto banale, si riferisce alle sue fondamenta da restaurare e alle sue coperture da riparare e alle sue suppellettili da rinnovare, perché ciascuna di esse non ci dice solo l´arte o la maestria o la bellezza, bensì primariamente la fede che le ha edificate.
Si era in una Domenica di luglio dell´anno del Signore 1608, quando gli “Acciesi”, convenuti in centro paese davanti alla chiesa della Beata Vergine Annunziata, deliberavano, persuasi di fare a tutti i Valcuviani e per primi a loro stessi un gran bene, di donare terreni e la loro antica chiesa di sant´Eusebio con tanto di cimitero, che doveva pur esser caro, ad alcuni seguaci di frate Francesco. Questi, nominati per brevità come cappuccini, erano religiosi che da poco si erano riformati alla primitiva regola che il Giovanotto assisano, tanto somigliante a Cristo, aveva praticato per sé e consigliato ai suoi imitatori. Il loro carisma aveva affascinato tanto i nostri avi, da sempre come ogni uomo alla ricerca del vero e del bene, che avevano deciso di averli come memoria di Gesù fra loro. Da quella Domenica in breve tempo si edificò con ingegno e ardore una comunità di vita religiosa che divento da subito richiamo di vita e speranza per tutto il circondario. Poi, la volubilità del cuore umano, Tanto faticosamente domato dalla Notizia buona di Gesù, quanto spesso rivoltoso per desiderio di migliorarsi, superandosi in qualcosa d´altro che pur sia nuovo, diede alla nostra storia d´incappare nell´esorbitante Napoleone e nella sua professione di profeta della libertà. Così il 17 fruttidoro dell´anno 5 (tanta era la voglia di novità, che pure il calendario andava non più a genio) il Ministero degli interni della Repubblica Cisalpina intimò ai frati di lasciare il Convento. Il che, sorprendendosi che avvenisse così poco liberalmente nell´obbedienza, diede pure alle autorità l´occasione di minacciare, incarcerare e perseguire frati e gente. Questi, desiderosi d´esser liberi come il generale imperatore, non comprendevano in che consistesse la libertà di sopprimere a piacimento una cosa che garbava a molti e che molti sostenevano con i loro sacrifici, senza nulla chiedere al rivoluzionario governo, come già nulla avevano chiesto prima. Dopodiché tanto si fece e si brigò che, seppur in modo malconcio e di molto dimezzato, tuttavia gli “acciesi” ritornarono in possesso comune di quel che volentieri avevano donato per il frutto spirituale dei loro vivi e dei loro morti.
Ora se si volesse guardare alla cosa con sguardo pratico, si direbbe che la chiesa è d´ingombro e di peso, che essendoci molti poveri e tante necessita sociali non ci si debba dar cura dei sassi e dei coppi. Ed io concordo con la nobiltà del ragionamento. Sovvenendomi però il pensiero di quella lapide, che rumorosamente screpita ogniqualvolta la si calpesti, mi dico che la libertà di cui godo e per la quale posso pure dissentire, la debbo a quei miei fratelli di fede che attaccandosi al Signore Gesù, hanno saputo mantenersi veramente uomini anche tra i trambusti di cui la storia è spettatrice e maestra.
Così mi pare che questi sassi da restaurare siano piuttosto l´indice di quella riforma, spesso rimandata, quanto necessaria, dei cuori di ciascuno di noi, che sia cristiani oppure diversamente dobbiamo sempre tenere tra le priorità e le urgenze. In essa, infatti, risiede il vero investimento.
Grazie per l´opera che ciascuno ha prestato e continua a offrire.
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